La Storia

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el 1143 Giorgio Rosio di Antiochia, ammiraglio di re Ruggero II, emiro degli emiri e gran Visìr del Regno, ha la consolazione di vedere terminata la chiesa che “nel nome della purissima Madre di Dio innalzai dalle fondamenta, nella città di Palermo custodita da Dio; e quanto zelo e quanta diligenza abbia adoperato nella costruzione di essa lo gridano i fatti stessi, nella loro bellezza e nel loro splendore” (Dal diploma di fondazione nel duplice testo greco ed arabo, conservato nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo).
Pur mettendo in evidenza la sproporzione tra i benefici e i doni ottenutigli dalla Vergine e la offerta del sacro edificio come “piccola e tenue ricompensa”, il fondatore non può esimersi dal compiacersi della bontà dell’opera realizzata. Giudizio e apprezzamento che nel corso dei secoli non verrà mai smentito.
La chiesa si presentava a perfetta croce greca inscritta in un quadrato e delineata dalle quattro colonne sorreggenti il tamburo poligonale, sormontata dalla cupola, con il lato orientale spazieggiato da tre absidi semicircolari.
“Mentre sotto il profilo statico veniva così raggiunto un mirabile equilibrio delle spinte con una estrema semplicità strutturale, sotto quella della funzionalità si otteneva una singolare rispondenza di ogni vano interno alle esigenze proprie del rito bizantino” (R. Santoro, Struttura e spazialità bizantina in S. Maria dell’Ammiraglio, su “Oriente Cristiano”, n. 2 1977 Palermo).

Giudicato come uno dei più fedeli prodotti italiani del prototipo costantinopolitano, il suo modulo veniva a sua volta ripreso e perpetuato nella gran parte degli organismi sia di rito latino che orientali per altri secoli ancora in Sicilia. Ma “santità e splendore sono nel santuario del Signore” recita il Salmista. La sontuosa decorazione musiva, che ancora oggi incanta ed esalta, costituisce una sublime sintesi teologica ed un suadente invito alla contemplazione ed alla preghiera.
Essa riesce a trasformare i valori architettonici dello spazio chiuso, e, sottoponendo al fedele la rappresentazione del mistero dell’economia della salvezza, lo coinvolge nella comprensione del disegno di Dio che, attraverso l’Incarnazione, vuole realizzare la divinizzazione della creatura, e lo immerge nello splendore della luce increata e nella pregustazione dell’armonia e della gioia del Cielo. La lettura teologica del dispiegarsi musivo ben si congiunge al godimento estetico di figure che si staccano dal fondo oro impalpabile, delineate con nitidezza di disegno e superba vivacità cromatica, tutte frutto di un organico ed armonioso concetto.
Nella seconda metà del XII secolo un nartece interno, un atrio dotato di fonte battesimale e soprattutto l’aggiunta di un elegante campanile decorato con marmi policromi alterarono la primitiva purezza dell’edificio. Le più dolorose e sostanziali manomissioni però ebbero luogo a partire dal 1558. Non più officiata in rito greco da qualche tempo, la chiesa era stata affidata al monastero delle Benedettine, fondato nelle adiacenze da Goffredo ed Eloisa Martorana. Fu allora che si produssero due eventi: il primo, l’adattamento al rito latino, con l’abbattimento dell’abside centrale e la conseguente realizzazione della cappella barocca ed il prolungamento dell’edificio sul lato occidentale; il secondo, il declinare presso il popolo della originaria denominazione di S. Maria dell’Ammiraglio e la sostituzione con l’ impropria ed arbitraria appellazione di Martorana tout-court. La comunità bizantina, rinsanguata da gruppi di profughi dell’Albania e della Grecia, costruiva nel 1547 ad opera di Andrea Scramiglia, albanese, e di Matteo Menkso, di Corone, la chiesa di S. Sofia che diverrà sede della Parrocchia.
Una Convenzione tra il Comune di Palermo e la Curia Arcivescovile, che richiamava le Bolle di Clemente VIII allegate al contratto del 30 Giugno 1600, faceva inserire la parrocchia di S.Nicolò dei greci tra le tredici antiche parrocchie della Città sulle quali il Comune esercita il “diritto di patronato”. Con la Bolla “Apostolica Sedes” del 1937 “l’antica e magnifica chiesa della Martorana” veniva destinata alle solenni liturgie di rito bizantino e insignita del titolo e della dignità di Concattedrale.
Dal 1943 essa diverrà col titolo parrocchiale di S. Nicolò dei Greci, il centro culturale della comunità greco-albanese della città. Dalla fine dell’ultima guerra, causa la fuga dalle campagne, si è determinato un incessante trasferimento di nuclei familiari dai vari paesi della Diocesi e tale rilevante incremento fa ascrivere la consistenza dei fedeli della parrocchia all’ordine delle 20.000 anime.
Essa non ha un proprio territorio, ma è caratterizzata dalla giurisdizione ad personam, ratione ritus, su tutti i fedeli residenti nell’ambito del comune di Palermo. Tutti i sacramenti, dal battesimo all’unzione degli infermi, vengono vissuti ed assunti secondo il rito greco. Un laicato, che cerca di vivere nella linea di un passato che lo ha sempre visto come parte viva della comunità nella piena consapevolezza di essere Chiesa, e parte ben responsabile ed attiva di essa, attraverso i suoi organismi svolge l’opera connaturale di promozione e di sostegno.
La comunità, che ha la fortuna di svolgere la propria vita liturgica tra lo splendore degli ori ed il rutilio della luce dei policromi mosaici, ha coscienza di svolgere anche un azione, che potremmo definire di frontiera, ma che ambiremmo divenisse di cerniera. Per i numerosi ortodossi residenti in città è testimonianza di amore, occasione di fecondo confronto e di fraterna conoscenza; per i cattolici di rito latino è punto di verifica e primo approccio con la spiritualità e la ricchezza liturgica dell’oriente; essa attira l’attenzione dei turisti e provoca l’interesse degli studiosi (bizantinologi, albanologi, ecumenisti, appassionati di musica, di arte, di folklore, ecc.). In questa chiesa di S. Maria dell’Ammiraglio è stata data la gioia di vedere celebrare, in intensi momenti di autentico ecumenismo, i Metropoliti dei Santi Sinodi di Costantinopoli, di Grecia, di Creta.
In questa Chiesa, dedicata a Colei che è la Platitera, la più ampia dei cieli perché porta in sé Colui che tutto comprende, l’intera Comunità degli italo-greco-albanesi di Sicilia ha vissuto l’incontro col Santo Padre Giovanni Paolo II nel 1982.

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